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Pagina 1 di 3 Premio Oscar quale miglior sceneggiatura originale per Parla con lei agli Oscar di quest’anno, miglior film straniero per Tutto su mia madre agli Oscar del 2000: l’Academy si è accorta di Pedro Almodovar, una delle espressioni più coinvolgenti e toccanti del cinema europeo contemporaneo.
Per lui è stato coniato il neologismo “almodramma” - un mix di commedia e dramma - per indicare un cinema sempre in bilico tra riso e pianto, tra sguaiatezza e sbracamento, tra divertimento ed emozione. Genialmente “folle”, il regista iberico ha saputo coniugare magistralmente satira, dramma e scatenate invenzioni umoristiche.
Il suo universo cinematografico è melodrammatico, trasgressivo, policromatico, talvolta tragico, più spesso superbamente ironico ed obbedisce alle leggi di un mondo senza legge. I suoi film sono uno spaccato di vita, il ritratto di una società in continua trasformazione, in bilico tra mille dubbi e incertezze e i suoi personaggi sono sempre presenze forti e intense. Sono donne, uomini, travestiti, omosessuali che ci scrutano, ci osservano, ci fanno il verso. Un universo di personaggi veri come i loro sentimenti con i quali è facile identificarsi.
Sentimenti spesso legati al cibo perché dietro ai sapori, agli odori, ad un tavolo da cucina si nascondono diversi significati. È la rappresentazione stessa della vita che rende indissolubile il legame con il cibo, che diventa momento di comunione, attesa, affetto, rivelazione, passione o anche solo semplice sfondo alle diverse storie quotidiane. È davanti ad un bicchiere di vino o di whisky che i personaggi rivelano dolori e gioie, è nella cucina che si prendono le decisioni più importanti, ed è seduti ad un tavolo imbandito che si crea la perfetta assonanza tra i caratteri.
Almodovar, in un perfetto connubio di cibo e sentimenti, si destreggia abilmente in questo labirinto di storie e vite vissute.
Un gazpacho a base di sonnifero infatti è il protagonista di Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988), un film insieme serio e scanzonato, con una convinta e partecipata trattatistica dell’amore e delle sue sofferenze che si tramuta in parodia, sberleffo e sghignazzo. La doppiatrice Pepa si ritrova improvvisamente al centro di una serie di eventi caotici ed inaspettati: il suo compagno Ivan, al quale sta per dare un figlio, l’abbandona senza una spiegazione; Lucia, la moglie (schizofrenica) di Ivan la cerca, pistola in pugno, per vendicarsi di entrambi. E, come se non bastasse, si trova in casa l’amica Candela, ricercata dalla polizia per il suo legame con un terrorista. Un gruppo di personaggi irresistibili e singolari ai quali si aggiungono un tassista col taxi foderato in leopardo che fornisce ai clienti musica, bevande - succhi di frutta, birra, aranciata e coca cola - e servizi vari; la madre di un assassino che gli lava le camice sporche di sangue con “ecce homo”, così bianche che la polizia non lo scoprirà mai e soprattutto la miscela esplosiva che Pepa prepara nevroticamente per sfogare le sue delusioni d’amore: il gazpacho. Ed è proprio in quel frullatore che gira vorticosamente che la donna annega non solo pomodori, cetrioli, peperoni, cipolla, sale e pepe ma anche i suoi dispiaceri alla ricerca di equilibri impossibili.
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