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Negli ultimi giorni è “scoppiato” il caso del “gelato OGM”. Ma la vogliamo smettere di usare l’acronimo OGM come se fosse un aggettivo peggiorativo? L’acronimo significa Organismo Geneticamente Modificato. È un sostantivo, e il gelato non è certo un organismo vivente. Non è una fissazione linguistica la mia. Usare un linguaggio scientificamente corretto (e privo di connotazioni emotive) è fondamentale quando si vuole discutere seriamente di questi argomenti. Se invece la si vuol buttare in caciara e parlare alla pancia del lettore e non alla testa, vabbè, allora parliamo pure del “gelato OGM al merluzzo“…
Chiarito che quel gelato non è un OGM, ci possiamo chiedere più correttamente “ci sono dei legami con gli OGM”? La risposta è sì. Gli stessi che ci sono da tempo per la birra, la farina, il formaggio, il pane, i detersivi, gli alimenti per neonati e altro ancora. Come? Abbiate pazienza e lo scoprirete.
Il caso vuole che abbia appena terminato di scrivere un libro sugli OGM dal titolo “OGM tra leggende e realtà”, che troverete a ottobre in libreria per i tipi di Zanichelli e uno dei capitoli è proprio dedicato ai moltissimi OGM che utilizziamo tutti i giorni direttamente o indirettamente, ma sempre inconsapevolmente. Sto parlando di enzimi e proteine varie che svolgono particolari funzioni. Vi offro quindi (gratis) un estratto del libro in anteprima, visto che cade a fagiolo per il “gelato OGM”.
I primi OGM: fabbriche di proteine
Verso la metà degli anni Settanta gli scienziati hanno cominciato a intravvedere le possibili applicazioni di una «rivoluzione biotecnologica» iniziata nel 1953 con l’identificazione della struttura a doppia elica del DNA da parte di James Watson e Francis Crick, e proseguita dieci anni dopo con la decifrazione del codice genetico a opera di Marshall Nirenberg e Har Godind Khorana.
Ora che avevano acquisito le basi del «linguaggio» della vita, gli scienziati immaginavano di poter «istruire» semplici organismi, per esempio i batteri, a fare cose per cui non erano stati programmati dall’evoluzione naturale.
Il 1976 è l’anno della fondazione negli USA della Genentech, un’azienda privata che si prefiggeva di modificare il DNA di un batterio per insegnargli a produrre insulina umana e somatostatina (un ormone che regola il sistema endocrino).
L’idea di base era semplice: anche il batterio più elementare per vivere deve produrre certe proteine indispensabili per il suo metabolismo; e per produrle il microrganismo utilizza le informazioni registrate nel proprio DNA.
Con le tecniche del DNA ricombinante si può introdurre nel batterio un gene per insegnargli a costruire una proteina che normalmente non sarebbe in grado di produrre: per esempio l’insulina umana. A tutti gli effetti il batterio geneticamente modificato è poi sfruttato come una microscopica fabbrica: fornendogli il materiale di base, gli aminoacidi, il batterio come un piccolo robot userà le istruzioni della sequenza di DNA per assemblare la proteina di cui abbiamo bisogno. Per certi versi questo processo è simile a ciò che avviene durante la fermentazione del mosto d’uva o della birra, allorché sfruttiamo microrganismi che producono nuove sostanze a partire dagli zuccheri presenti nelle sostanze vegetali di partenza.
Nel 1978 gli scienziati della Genentech riuscirono a istruire il batterio Escherichia coli a produrre insulina umana, inserendo nel suo DNA il gene che codifica quella proteina. Oggi grazie all’insulina da batteri GM i malati di diabete non devono più ricorrere all’insulina suina o bovina, riducendo così anche i rischi di reazioni collaterali poichè quelle insuline animali non sono identiche a quella umana e possono causare gravi reazioni allergiche.
Ora tramite gli OGM si producono decine di farmaci oltre all’insulina: dall’ormone umano della crescita alla somatostatina, dai vaccini contro l’epatite alla vitamina B2. E nessuno si lamenta di questi farmaci prodotti dagli OGM... leggi tutto l'articolo di Dario Bressanini
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