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La commercializzazione
Uomini e donne di Castagnetoli frequentavano i mercati di Bagnone e Pontremoli e le fiere principali della vallata. I testi erano trasportati a piedi: gli uomini ne portavano a spalla sette-otto, le donne ne portavano in testa tre-quattro. Per tacita convenzione tutti i produttori entravano nelle piaz¬ze alle undici del mattino e qui richiamavano l’attenzione dei compratori lanciando in aria i testi e decantandone la resistenza. Quando la concorren¬za dei testi di ghisa, prodotti su ordinazione di commercianti locali nelle fonderie di Fossano (TO) e Piacenza, si fece massiccia, il richiamo dei pro¬duttori di Castagnetoli pose inutilmente l’accento sulla salubrità della terra come materiale da cottura: “Nel ferro fa male, nella terra è naturale”. In alcuni casi i produttori di Castagnetoli barattavano i testi con prodotti agricoli: garantendo ai contadini la fornitura di due o tre testi ricevevano in cambio due quartari (32 kg) di grano o un quartaro (16 kg) di castagne secche. In un’economia agricola povera anche l’acquisto di un testo poteva creare difficoltà e quando capitava di romperne uno si aspettava l’arrivo di artigiani girovaghi (loc. karkabarbèl) che lo riparavano con filo di ferro. Se i frammenti erano troppo piccoli per consentire il recupero del testo essi venivano conservati con cura per curare dolori reumatici e polmoniti: si scaldavano e si appoggiavano sulle parti malate per lenire il dolore.
Salvatore Marchese, Cucina di Lunigiana, Franco Muzio Editore, Roma 2004, pp. 58-60.
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